Impressioni su una serata sbagliata

di Luciano Fiorani

Che non fosse una scelta felice presentare il Piano strutturale lunedì alle 17 lo avevano pronosticato in molti. E così è stato. Se all’inizio, oltre alla platea anche molti palchetti erano occupati, ad ascoltare le conclusioni del progettista architetto Filpa eravamo i classici quattro gatti.

Per la cronaca, la serata si è conclusa alle 21,30; un’ora davvero indecente anche per i più tenaci.

Quello che ci è stato presentato non è altro che il piano illustrato da Ceccobao un paio d’anni fa meno la zona artigianale di Querce al Pino (dove comunque qualcosa si costruirà). Un Piano che (qualora fosse realizzato) prevede nel prossimo decennio una colata di cemento di proporzioni inaudite: 1.500.000 di nuovi metri cubi.

Si andrà ad intaccare eccome terreno agricolo. Sia con le nuove urbanizzazioni che con la parte residuale del vecchio piano regolatore che, comunque,  sempre di terreni liberi si tratta e non possono certo essere spacciati per “recupero”.

Tutta questa necessità di costruire non ha trovato giustificazioni crdibili  nelle spiegazioni fornite dai tecnici i quali si sono limitati a dire che con le premesse del quadro conoscitivo molte e diverse potevano essere le scelte. 

Chi ha deciso allora che dovevano essere proprio queste? La politica, ovviamente, ma Filpa non l’ha detto. E per “politica” va inteso, secondo noi,  non l’attuale amministrazione e probabilmente neppure tutto il partito di maggioranza. 

Insomma siamo davanti ad un piano pensato anni fa e che pur rimasto orfano, oggi Scaramelli, obtorto collo, deve portare a conclusione nell’opacità totale degli inetressi in gioco. La difesa d’ufficio degli esponenti del Pd (Cardaioli, Socciarelli, Cimarelli e Brilli) è stata debole e ha puntato tutto sul tema di uno sviluppo che nessuno ha saputo spiegare concretamente ma si è capito che, secondo loro,  non può fare a meno del mattone.

Naturalmente neppure in questa occasione nessuno di Sel si è degnato di farci sapere come la pensa un partito che in campagna elettorale aveva lanciato lo slogan “nuovi metri cubi zero” e  ora si ritrova ad approvare un piano che ne prevede centinaia di migliaia.

Le critiche non sono mancate e hanno riguardato il metodo e il merito. Hanno critticato il Piano le opposizioni consiliari (Primavera e Lista civica), singoli cittadini e ABC (acronimo dell’Associazione per il Bene Comune) che con un lungo documento letto da Roberta Mazzetti ha portato allo scoperto il giudizio negativo di larga parte del Pd.

Comunque la serata ha lasciato l’amaro in bocca perchè si può dire senza paura di essere smentiti che si è persa una grande occasione di riflessione collettiva su ciò che questo paese dovrebbe diventare. Peccato, perchè senza il coinvolgimento reale di tutte le sue componenti non è pensabile fare passi in avanti.

Si è invece preferito continuare con i vecchi metodi: pochi protagonisti e molti spettatori con le decisioni che contano che non si vuol far sapere dove e da chi sono state prese. Quello a cui abbiamo assistito è infatti nient’altro che la “spiegazione” (neppure convincente) di quello che tempo fa hanno deciso, al riparo da occhi e orecchi indiscreti, quelli che potevano.

  

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12 risposte a Impressioni su una serata sbagliata

  1. lucianofiorani scrive:

    Il filmato che segnala Nenci è stato utilizzato da Paolo Scattoni anche per una lezione che ha tenuto lo scorso anno alla Lubit di Chiusi, proprio sulla forma della città.
    Un documento che andrebbe fatto vedere nelle scuole, a cominciare dalle elementari.

  2. Nicola Nenci scrive:

    “La forma della città” è il titolo, e il documentario si può vedere qui:
    http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-511e1c35-a346-4842-b820-1e7eed29c9a7.html

    Però io facevo riferimento a
    Pasoloni P. P., “Sviluppo e Progresso” in Pasolini. Saggi sulla politica e sulla società [Scritti corsari], a cura di Walter Siti, Mondadori 1999

  3. marco lorenzoni scrive:

    Nicola nenci nel post n.9 cita Pasolini e certe sue considerazioni sul termine “svilupo”. Io ricordo di pasolini un documentario sulla Città di Orte dove il regista spiegava costeggiando la rupe della cittadina laziale e indicando palazzoni sorti come funghi malefici, gli errori di un certo tipo di sviluppo… E in particolare dello sviluppo basato sul mattone… Quel documentario mi pare sia dei primi anni ’70. Varrebbe la pena di farlo rivedere in continuo per tre giorni di fila ai nostri amministratori (e anche ai costruttori, ai dirigenti della banche, alle associazioni di categoria, ai segretari di partito… ).
    Ma queste sono considerazioni tra noi… e siamo sempre meno a farle…

  4. lucianofiorani scrive:

    Hanno cercato per anni di mascherare la realtà che tratteggia Lorenzoni con slogan propagandistici tipo: “Chiusi cresce”.
    Mentre era evidente a tutti che questo paese è in caduta libera da troppo tempo.
    Ma il problema non è solo di classe dirigente è soprattutto di un’intera popolazione che non si indigna e che anzi nella maggioranza dei casi (per piaggeria o interesse di bottega) plaude festante all’immobilismo e alle scelte più insulse. Pensilona e stadio sono i simboli della nostra arretratezza. E il nuovo Piano in queste condizioni non poteva che riproporre l’illusione del mattone.
    “Avanziamo come si vanga” diceva qualcuno.

  5. marco lorenzoni scrive:

    Chiusi negli anni 20 era una cittadina industriale (con industrie vere, non solo artgiani) poi arrivò la crisi del ’29 e spazzò via tutto, quello che rimase in piedi lo spazzò la guerra. Nel dopoguerra diventò nodo ferrviario commerciale, di servizi. Chiusi cresceva e si moltiplicarono le case… anche dove non servivano. Ora Chiusi non è più nulla di tutto questo : nè cittadina industriale, né nodo ferroviario, né punto di riferimento commerciale o di servizi… A differenza di altri paesi dei dintorni non è nemmeno diventata turistica… Nel nulla, l’unica certezza, per coloro che governano la città e coloro che gestiscono le risorse economiche è il mattone. Non conoscono altro e non si sforzano nemmeno di studiare qualcosa di diverso… Si vola basso. E il problema è di natura culturale, non solo politico ed economico. Come città Chiusi è regredita e non si intravedono segnali di inversione di tendenza… Come si può pensare che a qualcuno dei notabili chusini venga in mente di “orientarsi” verso “le cose che dice Latouche” se qui non si riesce nemmeno a mettere una fontanella con l’acqua minerale del comune? Ce l’hanno tutti ormai. Chiusi no.

  6. Non mi pare di aver parlato di piazze e giardini ma di parcheggi, strade, strade vicinali, sentieri e di prospettive di sviluppo non legate al mattone ma alla cultura

  7. pscattoni scrive:

    Beh si perché il Piano strutturale non prevede giardini, fontane e tutti gli elementi di una città fantastica. Tutto questio si fa a d altra scala.

  8. una propostina ieri sera è venuta fuori ma chi l’ha fatta è stato accusato da qualcuno di essere andato fuori argomento

  9. carlo sacco scrive:

    Ragazzi, io credo che li prendiamo un po’ troppo per fessi….lo sanno anche loro che le cose stanno nel modo in cui dite e che sviluppo( a cominciare da ciò che si respira nelle aule universitarie americane e ad effetto ritardato in quelle Europee)secondo il sistema post-tardo Keynesiano che ci ha fatto arrivare fino a questi punti in cui siamo(le ragioni ed i perchè oggi si sorvoli tanto su questo tema centrale sono da essere tenute presenti)non significhi più benessere ma regressione automatica dei ceti produttivi, è cosa questa ormai acquisita.Chi si ostina ancora ad anteporlo alle logiche di intervento per pungolare” sviluppo” sà bene che questo deve fare perchè se non lo facesse non riscuoterebbe l’attenzione e l’interesse dei media e dei ceti politici sovrastanti.Con buona pace dei ceti produttivi, che possono essere ridotti, compressi, frammentati, a seconda di ciò che indirizza il profitto momentaneo dell’imprenditoria od anche dello stato fattosi imprenditore che usa gli stessi criteri.Si concepisce ancora che un singolo o tanti singoli possano lavorare o meno
    se vi sia l’iniziativa di uno o di gruppi riuniti, trust, corporations, stati che usano la forza lavoro nelle loro aziende pubbliche alla stessa stregua dei rampanti privati.Questo è lo sviluppo a cui fanno riferimento i nostri politici ed anche quelli di casa nostra ci si accodano, non per convinzione, ma perchè nessuno ormai li contesta più.

  10. pscattoni scrive:

    E’ ovvio che oggi sviluppo si coniuga con altri verbi che non costruire: per esempio conoscere e innovare. Quello che non si comprende è che non è possibile lasciare il territorio ai meccanismi di mercato per la semplice ragione che è risorsa scarsa e non rinnovabile.
    Ho apprezzato la citazione del documento dell’Associazione Nazionale Costruttore Edili (ANCE) fatta da Cioncoloni. Se ne sono accorti anche loro che una nuova fase si è aperta (recupero, innovazione tecnologica etc.). Quelli locali non sembrano accorgersene.

  11. lucianofiorani scrive:

    Sono d’accordo con queste rapide considerazioni di Nicola (Nenci), ma da queste parti la parolina sviluppo ha ancora il suo fascino e purtroppo sottintende, tra l’altro, un modello che non è più ripetibile.
    Ma vaglielo a spiegare.
    Ah, per la precisione, qualcuno alla parolina sviluppo ne fa seguire un’altra: compatibile. In modo che l’espressione appaia di maggior gradimento.
    Di ragionar d’altro non c’è verso, non dico di quello che da anni va sostenendo Latouche ma almeno di aguzzare un po’ l’ingegno e sforzarsi di immaginare una realtà non completamente basata sulle merci (e sull’edilizia).

  12. Nicola Nenci scrive:

    Il termine sviluppo, oggi, ha un sapore del tutto anacronistico. In una fase di de-industrializzazione e di recessione economica la parola “sviluppo” ha lo stesso suono sinistro e desueto di parole ormai consegnate alla storia, come “collettivizzazione” e “statalizzazione”. Pasolini, peraltro, sosteneva che la parola “sviluppo” esprimeva concetti e contenuti cari alla destra. Tuttavia, un tempo, si cercava di coniugarlo con il progresso. Oggi un progresso legato allo sviluppo non è più concepibile: sviluppo, oggi, significa crisi e impoverimento come conseguenze di investimenti economici di matrice finanziaria, non industriale. Come concepire un progresso senza sviluppo? E’ ovvio che non basta essere giovani, ma occorre possedere energie intellettuali. Ci sarebbero tante ipotesi alternative al cemento, e che richiederebbero investimenti irrisori, ma qui lo spazio manca e il tempo è tiranno per cui per adesso mi fermo alla riflessione generale, ma mi riprometto di scrivere qualcosa di più sostanzioso in futuro.

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