L’uovo del serpente ovvero i giovani estranei ai problemi della città.

di Luciano Fiorani

La festa dei Ruzzi ha il non secondario merito di “stanare” le centinaia di giovani dello scalo e riversarli nelle strade del paese. Abbiamo così modo di conoscerli, almeno di vista, e anche di coglierne battute, lazzi e accenni di ragionamenti.

E’ da vari giorni che questa ondata di gioventù, prevalentemente la sera, sembra trasformare la nostra realtà in un “paese per giovani”.

Purtroppo sappiamo bene che non è così, infatti, passata la festa il “mortorio” riprenderà inesorabilmente il sopravvento.

Quello su cui però vorrei chiamare a riflettere è non tanto la presenza fisica dei giovani ma la loro assoluta assenza da ogni questione pubblica. Il massimo che si può cogliere del loro pensiero lo si ricava da sporadiche e telegrafiche battute su facebook.

E allora cedo sia opportuno chiedersi come mai il contributo dei giovani alle questioni più importanti del paese sia pressoché nullo.

Della politica, si capisce che hanno un’idea non certo nobile salvo cimentarsi (non tutti, è ovvio!) nell’italianissimo sport di saltare sul carro del vincitore a prescindere.

Eppure credo sia lampante, oltre che banale, vedere in loro i futuri “padroni” del paese. Saranno loro al timone con le loro idee, le loro esperienze e le loro conoscenze.

Ma se dovessimo farcene un’idea, seppur vaga, da ciò che esprimono oggi quale sarebbe?

So di avere un’età che mi espone inevitabilmente a frecciate di ogni tipo quando mi avventuro su certi terreni ma non avendo “posizioni da difendere”, se non quel che penso, dico chiaramente che vedo tantissime ombre e pochissime luci.

So perfettamente che tanti di questi giovani che ci sfilano accanto in questi giorni sono impegnati nel sociale, regalano parte del loro tempo a persone bisognose; così come è evidente che la maggior parte è informata o almeno “connessa” col mondo, studia con profitto e i più (se non tutti) sono autonomi e indipendenti nelle loro scelte.

Cos’è che non va allora?

Semplicemente non vedo nei loro occhi “l’occhio della tigre” ma quello sazio e indolente del gatto di casa.

C’è chi dice che è solo una questione di pancia piena. Certamente il poter contare su un solido welfare familiare è una gran cosa ma se non si ha la voglia di urlare a venti o trent’anni credete davvero che arriverà con i capelli bianchi?

Anche da queste generazioni usciranno, come sempre, alcuni che raggiungeranno notorietà, successo e denaro ma, c’è da scommetterci, i mali di questo paese se non si aggraveranno non avranno soluzioni desiderabili.

Guardandoli mi è tornata alla mente l’immagine (e il titolo) di un vecchio film di Ingmar Bergman: L’uovo del serpente. La particolare trasparenza di quel tipo di uovo permette di vedere nitidamente il suo contenuto e capire fin da subito, senza sorprese, ciò che ne uscirà

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23 risposte a L’uovo del serpente ovvero i giovani estranei ai problemi della città.

  1. luca scaramelli scrive:

    Continuo a non capire il nesso tra la cattiva politica e il fatto di non partecipare attivamente alle scelte che riguardano la propria comunità (su questo era incentrato l’articolo di luciano). Equivale a dire non mi iscrivo a medicina perché la sanità in italia funziona male.

  2. marco lorenzoni scrive:

    qyalcuno ha tirato in balo gli anni ’70 e l’eredità lasciata da quella gerazione: A tal proposito segnalo questa rapida riflessione pubblicata su primapagina on line il 22 agosto:
    http://www.primapaginachiusi.it/2013/08/elogio-degli-anni-70/

  3. Al di là dei racconti non conosco gli anni 70 direttamente perché non ero ancora nata. Quelli attaccati alla poltrona:politici e non, rappresentano in senso più ampio tutta quella parte di coloro i quali, la politica fa gli interessi a tutti livelli. Se vogliamo parlare di giovani, pensiamo che queste persone avranno visto gli ultimi 10-15 anni di politica o poco più, data l’età, anni in cui il messaggio che è prevalso è che ciò che è pubblico è di pochi. Io definirei così i commenti di alcuni post precedenti che parlano di mancanza di modelli. Non farei di tutta l’erba un fascio, perché se ci sono giovani che se ne fregano, che pure è vero che ci sono, ce ne sono altri che invece non lo fanno. Andrebbe rivisto il modo di fare politica altrimenti la scusa poi diventa che stiamo tutti sul divano a postare con l’iPad.

  4. pscattoni scrive:

    Intanto negli anni ’70 c’erano anche3 politici che rispondevano ai nomi di Moro, Berliguer, La Pira e no n soltanto i Craxi e i Cossiga. Ma se vedo molti epigono dei secondi del livello dei secondi non ne vedo.
    Il secondo punto che non si percepisce è che non tutti quei giovani che non si interessani di politica perdano poi il tempo pr guardarsi il filmettino televisivo da un comodo divano. Ce ne sono molti che si interessano disinterassatamente a beneficio della comunità. Di politica però no, ci sarà pure una ragione.

  5. luca scaramelli scrive:

    Scusate, ma che c’entra la politica di quelli attaccati alle poltrone con la partecipazione di cui parla Luciano nel suo articolo. Il fatto che i politici di professione siano impresentabili mi sembra che per molti sia una scusa per dire tanto fa tutto schifo me ne rimango fuori. Allora mi si vuol dire che quando negli anni settanta partecipare alla politica ad ogni livello era una cosa normale, quasi per tutti, lo si faceva perchè i politici di allora erano delle mammolette? Quando a circa vent’anni ho cominciato ad interessarmi attivamente alla politica (sempre dalla parte dei perdenti, in questo sono sempre stato coerente) c’erano andreotti, cossiga, craxi, forlani, altro che politica ci sarebbe stato da fuggire all’estero.
    Credo che, a maggior ragione, se la classe politica dirigente fa schifo sia proprio il momento di alzare il livello di attenzione piuttosto che usarla come scusa per restarsene nel divano a guardare il filmettino o la partita o spippolare sull’ipad, pensando di risolvere i problemi con un indignato post su facebook.

  6. Il poco originale ritornello è purtroppo una triste verità. Condivido quello che dice Giorgio (Cioncoloni) circa il coinvolgimento dei più giovani in campagna elettorale ed il problema vero ed ingente è proprio quello che dice lui:questa politica cura solo gli interessi di pochi. Ed allora chi non sta tra i pochi, chi come me e mio marito che per usufruire del nostro diritto allo studio durante l’università abbiamo studiato e lavorato, in quanto ” non stipendiati dai genitori”, poi che cosa ci siamo trovati di fronte? Bè molto poco. La “politica” che funziona in questi casi è la fortuna che si ha di incontrare brave persone lungo il percorso, con le quali si cerca di aiutarsi vicendevolmente e non certo quella di coloro che rimangono con il sederino ben attaccato alla poltrona. L’assenza quindi di giovani, l’organizzazione in canali volontari, paralleli a quelli tradizionali, è il modo in cui stiamo dicendo ai politici che non vogliamo contribuire ad una politica che non ci vuole, che non ci guarda e non ci considera, al di là delle gran chiacchiere che si fanno sui giovani e chi hanno anche stancato. Dovrebbe valere il detto “a buon intenditor poche parole” ma forse anche noi saremo costretti ad imbracciare i forconi come 60 anni fa…e quindi a regredire piuttosto che a progredire.

  7. pscattoni scrive:

    Sono d’accordo con Cioncoloni. Non manca l’impegno disinteressato di molti. in molte iniziative. Manca è vero la partecipazione alla decisione pubblica (partiti, gruppi di pressione, etc.). ma l’interpretazione del gatto indolente 🙂 non regge. I motivi sono evidentemente altri.

  8. Confermo quanto detto da Luca Scaramelli e cioè che tutti i giovani coinvolti nella campagna elettorale sono stati continuamente invitati agli incontri e sollecitati più volte anche personalmente.
    Forse non erano così interessati come si poteva pensare o forse quello che li ha allontanati sono state le infinite discussioni sull’identità: più di sinistra, meno di sinistra, forse un po’ di centro ma non troppo ……
    Forse ci dobbiamo anche rendere conto che il nostro modo di pensare la politica non è più in linea con il modo di pensare delle nuove generazioni e non vero che i giovani non si impegnano perché ce ne sono migliaia che operano nel volontariato sociale, che discutono del loro futuro, che si preoccupano per questa politica che cura solo gli interessi di pochi. Il fatto è che lo fanno spontaneamente, al di fuori dei canali tradizionali, perché i politici, negli ultimi decenni, hanno fatto di tutto per escluderli preoccupati solo di salvaguardare le proprie carriere che i giovani avrebbero potuto mettere in discussione. Concordo, infine, con il fatto che, per chi si vorrebbe accostare, gli esempi sono tutt’altro che incoraggianti.

  9. Niente di personale, anzi tanto di cappello alla giovane ricercatrice. Credo però che le tue puntualizzazioni Paolo (Scattoni) aggravano l’analisi di Luciano(Fiorani) che condivido pienamente, sensibilità e capacità dimostrate sui temi che citi dovrebbero sollecitare l’impegno per evitare che la Politica faccia scelte sbagliate.
    Ne è un esempio l’approvazione del Piano Strutturale.

  10. luca scaramelli scrive:

    Per quel poco che conta la Primavera ha continuato, anche per molto tempo dopo le elezioni, ad invitare molti dei giovani che si erano avvicinati a quell’esperienza, ho mandato personalmente delle mail sempre cadute nel vuoto. E comunque, in accordo a quanto dice Luciano credo che non ci sarebbe bisogno di chiamarli, se non interessa a loro come sarà il paese di domani a chi deve interessare. Quando ho deciso, a circa vent’anni, di interessarmi alla politica non ho aspettato che mi cercasse qualcuno, l’ho fatto anche negli anni dell’università, nei ritagli di tempo dello studio, partecipando spesso anche a lunghe e noiose riunioni. Credo che la maggior parte di loro abbia altro per la testa, legittimo, ne hanno assolutamente la facoltà, poi però non si lamentino degli avanzi che la politica gli getta in pasto.

  11. pscattoni scrive:

    Mi permetto di rispondeere, almeno in parte al posto dell’interessata proprio perché il caso di Chiara (Pugnalini) esemplifica la situazione di tanti giovani ricercatori.
    La signora (e non signorina!) Chiara Pugnalini è una giovane ricercatrice (sta completando il suo dottorato presso l’Università di Roma Torvergata). Ha già pubblicato in importanti riviste internazionali di ingegneria. Ha svolto due lunghi periodi di ricerca in centri di ricerca USA. E’ molto attiva nel nostro gruppo di “innovaziondelocale” e porta avanti nel tempo libero il progetto di sensori di inquinamento atmosferico a Chiusi. Con la fine della sua borsa di dottorato lavora nel settore dell’ingegneria ambientale.
    Luciano (Fiorani) il fatto che non si impegni in politica non si spiega certo con la tua analisi.

  12. luciano fiorani scrive:

    “…non abbiamo il tempo, visto che siamo impegnati a risolverci da soli i problemi che la politica dovrebbe affrontare mentre invece stiamo subendo le conseguenze di chi è venuto prima di noi…ed a noi non ha pensato”.
    Non è la prima volta che mi tocca sentire questo poco originale ritornello.
    Chissà cosa avrebbe detto la signorina (immagino) se si fosse trovata nelle condizioni dei nostri genitori con un paese devastato dalla guerra.
    E stavolta non sono d’accordo neanche con Marco Lorenzoni: “…nessuno li ha più cercati,coinvolti, stimolati a dire la loro”?.
    C’è da andarli a chiamare a casa per saper come la pensano su ciò che accade nel loro paese? Via, non scherziamo e prendiamo atto una buona volta che hanno altro per la testa.
    Sono tutti ecologisti, of course, ma ne hai mai sentito uno discutere delle aziende insalubri che lavorano a Chiusi, del depuratore che non entra in funzione, dell’uso che viene aftto del territorio comunale?
    Se volete continuare ad allisciargli il pelo fate pure. A me m’hanno bello e divertito (con le debite eccezioni ovviamente).

  13. I Giovani – 15, 25 anni, oltre faccio fatica a considerarli tali – hanno bisogno di esempi. Quali esempi ha dato la politica negli ultimi vent’anni?
    Bastano e avanzano gli ultimi 5 per demoralizzare un adulto navigato, figuriamoci loro.
    Forse aspettano la figura un Padre che li accompagni, li responsabilizzi, favorendo le loro prerogative senza condizionarle.

  14. marco lorenzoni scrive:

    Questo non è un paese per giovani, se non per due settimane all’anno. Perché i giovani stanno fuori, non partecipano, non si incazzano? Sì, forse perché non ne sentono ancora il bisogno, la necessità impellente. Perché ancora sopravvivono decentemente. Poi perché gli spazi a loro disposizione (spazi, non ghetti) sono pochi o nulli. Infine perché la politica, tutta (la maggioranza e le opposizioni) i giovani li cerca solo in campagna elettorale, poi se ne dimentica. Anche quelli che si erano avvicinati alla Primavera, prima si son fatti un’associazione in proprio, poi si sono dileguati. Anche perché, però, nessuno li ha più cercati,coinvolti, stimolati a dire la loro. E se loro, i giovani, hanno una visione un po’ scolastica delle cose, è anche perché nessuno li ha stanati, tirati fuori dal bosco, costretti a confrontarsi con altri metodi… O sbaglio?

  15. Spesso non partecipiamo a “lunghe e noiose discussioni” perché non abbiamo il tempo, visto che siamo impegnati a risolverci da soli i problemi che la politica dovrebbe affrontare mentre invece stiamo subendo le conseguenze di chi è venuto prima di noi…ed a noi non ha pensato

  16. enzo sorbera scrive:

    ho mandato un commento (1380 chars) ma non appare

  17. enzo sorbera scrive:

    Proviamo a fare un ragionamento. Intanto, penso siamo d’accordo che la politica istituzionale ormai riscuote poco interesse. E’ anche vero che, storia recente, quando ci sono state forme di aggregazione per età (Uidù, ad es.), le si è etichettate o come giardino o come terreno di conquista. Di fatto, sono sparite nel volgere di pochi semestri (almeno, non ho più loro notizie). Prima ancora, il movimento viola ha evitato, nel modo più accorto possibile, di farsi “riconoscere”. Ecco, questo è un sintomo: la necessità di distinguersi, di farsi altra cosa, è precondizione dell’esistere. In Italia, abbiamo il serio problema della mancanza di società civile: ogni fatto che potrebbe essere elemento di aggregazione viene ridotto a evento di incapacità/colpa personale (perso il lavoro? Perché non hai …). Questo solipsismo azzera il raccordo politico tra coloro che sono nella stessa condizione canalizzando la rabbia verso un movimento luttuoso da elaborare individualmente, in privato, o al più, da sottoporre al “mi piace” di followers che, pur nelle stesse condizioni, illudono una solidarietà ch’è solo una forma di pietà. L’altro aspetto è la (pretesa) oggettività delle azioni amministrative, gestite più come evento pubblicitario che come spazio di dialettica politica (sempre nella logica del “mi piace”), cosa che annichila il possibile, salutare spazio del contraddittorio.

  18. pscattoni scrive:

    Il commento di Luciano (Fiorani) mi riporta alla memoria alcuni articoli dell’ultimo mese del poroblog (si veda ad esempio http://www.chiusinews.it/?p=13916)
    Eravamo in campagna elettorale per le amministrative e la presenza dei giovani nel dibattito era piuttosto vivace. Io stesso quando fui chiamato dalla Primavera a esporre le mie idee sul Piano strutturale e sull’urbanistica di Chiusi in generale ebbi il piacere di essere ascoltato da alcuni di loro, mentre molti altri erano impegnati nella preparazione di inziative.
    Non sono un sociologo e quindi non posso dare una risposta alla domanda sul perché questi ed altri presenti in altri partiti in quel frangente, siano scomparsi. Forse perché i meccanismi elettorali non li hanno premiati?

  19. luciano fiorani scrive:

    Capisco che l’argomento si presta alle più svariate considerazioni.
    Cerco allora di restringere il campo: si discute di piano strutturale e non c’è un giovane che sente la necessità di dire, “io la città la vorrei così…”. Non c’è bisogno di partecipare ad una eventuale e noiosissima riunione di partito, basterebbero dieci righe su un qualsiasi spazio on line. Chi gli impedisce di dire come la pensano? Cos’è che li blocca?
    Ho la netta sensazione che abbia vinto il pensiero secondo cui ciò che è pubblico non è di nessuno e ha perso l’idea che ciò che è pubblico è di tutti.
    In questa situazione è chiaro che non poche sono le colpe dei padri (e delle madri) ma certi “pregiudizi” si possono tollerare nei bambini non in persone di venti o trent’anni.
    Se proprio li si vuole aiutare non credo sia necessario continuare a fornirgli inutili alibi.

  20. enzo sorbera scrive:

    Le aspettative dei genitori sono spesso una camicia di forza – ma è il banco di prova su cui si misura la capacità di reazione de’ “citti” -. In questo senso sono salutari e accendono lo sguardo: il gatto si fa tigrotto. Il mio esempio invece era molto più negativo: il problema che solleva il film è proprio la distanza che divide “i vecchi e i giovani”. Il film estremizza la situazione, ma credo che sia un’icona da tenere presente (e che affonda le radici in una storia lunghissima, dal Pierre Rivière di foucaultiana memoria al Gerlando di I vecchi e i giovani di Pirandello e fino al bambino protagonista di La strada di McCarthy). La politica, dici. I luoghi della politica sono impraticabili per chi non si adegua, questo è un primo fatto; inoltre, la trasformazione dei partiti contemporanei, che si ritraggono in sedi e istituzioni distanti dal localismo, ha portato alla desertificazione della partecipazione – anche degli adulti -. A questo punto, la domanda: ammesso che si trovino le sezioni aperte, c’è un motivo, uno qualsiasi, per cui ci si dovrebbe prendere la briga di partecipare a lunghe riunioni fumose sacrificando tempo libero per….? Riempire il motivo e la casellina per convincere. 🙂

  21. carlo sacco scrive:

    Agnelli inviò il figlio in fabbrica perchè imparasse,oggi gli operai tendono a soddisfare ogni necessità dei loro figli facendo sacrifici immensi poichè ritengono sia giusto che a loro non debba mancare nulla.Non è qualunquismo. Siamo di fronte a conoscenza formativa da un lato ed a sottocultura ed accettazione subalterna dall’altro.La figura del padre che opprime i figli per la ragione di se stesso credo sia ormai retaggio del passato ma se non lo fosse non è comunque la condizione dominante.Quella dominante oggi è che in mancanza del necessario ci si rifugia nel superfluo che prende l’aspetto e la forma del necessario e si insegue quello ed il tutto investe tutta la cultura che ci viene propinata. Questo è il vero ”obbligo culturale”,la forca caudina alla quale i poveri debbono sottostare. Ma tale discrasia è insita nel sistema produtti- vo e nelle sue finalità.Se non si cambiano quelle è inutile.Ma se guardiamo la politica odierna del nostro paese,al di la delle parole e considerati i fatti,tutta la politca dei partiti spinge perchè continui ad essere validato il sistema che fa si che i poveri ritengano essenziale il superfluo,prodotto fra l’altro da loro stessi col lavoro salariato.Domanda:di chi fanno gli interessi ? Vi ricordate il detto :” l’operaio conosce 100 parole,Il padrone ne conosce 1000.Per questo lui è il padrone”.

  22. pscattoni scrive:

    Ho qualche serio dubbio sulla interpretazione di Enzo (Sorbera), ma anche su quella vanzata da Luciano. A Enzo dico che le aspettative dei genitori sono sempre esistite. Rileggevo proprio in questi giorni il caso del principe dei matematici Gauss che impedì al figlio di studiare matematica. Il problema posto da Luciano (Fiorani) è diverso: perché i ragazzi sono lontani dalla politica?
    Quando posso con i miei studenti parlo anche di cose non direttamente rlazionate alla discuiplina che insegno. Trovo anche delle figure eroiche. L’altro giorno parlavo con un brillante studente lavoratore (un curriculum degli studi eccezionale). Mi ha detto “Alcuni nmiei compagni ricevono 400 euro al mese di paghetta che è lo stipendio di mio padre per il lavoro part time che è riuscito a trovare.Di queste persone se ne trovano ancora in buon numero. Nessuno di loro però ha esopresso l’intenzioni di impegnarsi in politica. Vorrà pur dire qualcosa.

  23. enzo sorbera scrive:

    Sono d’accordo con Luciano, ma per le ragioni opposte. Proprio ieri hanno trasmesso Il figlio più piccolo di Pupi Avati: (co)stretto tra le velleità artistiche della madre e la dimensione da squalo del padre, il giovane Baldo, in un certo punto del film (ne consiglio la visione, per cui non svelo niente), pronuncia un discorso di ringraziamento che fa accapponare la pelle per la sua ingenuità e la sua estraneità al contesto in cui cade. Ecco, secondo me è tutto disegnato lì il problema della nostra gioventu: i suoi ideali vengono trucidati e immolati alla ragione del padre. E non c’è da illudersi: solo la morte del padre (freudiana, ma non troppo) apre la possibilità che i figli riemergano a respirare.

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