A Città della Pieve e Sarteano due spettacoli di qualità

di Enzo Sorbera

Queste sere finalmente (si spera) estive, consentono di uscire e partecipare agli eventi che, programmati nella fiducia del bel tempo, rischiavano di andare deserti per disgrazie atmosferiche. E sarebbe stato un peccato, un vero peccato. Il primo evento cui ho partecipato è il festival teatrale “Selviaggi” organizzato da Alessandro Manzini a Città della Pieve. Il bosco della Volpara, tra il 10 e il 12 luglio, ha ospitato una tre giorni notturna di eventi teatrali di ottima levatura, culminati con lo spettacolo dei bambini che hanno partecipato al corso organizzato da Alessandro e che inscenava una fiaba. La cornice del bosco, in cui ci si muoveva alla luce delle torce personali, ha ospitato una serie di performances di vari artisti (notevolissime una messicana e una tedesca) che si configuravano come altrettante stazioni di un viaggio/percorso “alla riscoperta di boschi e radici”. L’ultima sera, dopo lo spettacolo dei bambini, Alessandro e i suoi hanno ospitato tutti gli intervenuti, artisti e spettatori, con una cena in piedi nell’aia. Qui, a chiusura, abbiamo assistito ad uno sketch i cui protagonisti si sono esibiti in un vorticoso tango acrobatico.

Alla metafora del viaggio fa riferimento anche lo spettacolo allestito nel castello di Sarteano. Alice (In fuga dal paese delle meraviglie), testo di Laura Fatini, regia di Laura Fatini e Gabriele Valentini. Lo scenario è meraviglioso e gli attori – la compagnia fa capo agli “Arrischianti” di Sarteno e vede diversi nostri compaesani – fantastici. Abbastanza aderente al testo dell’Alice di Carroll, lo spettacolo si origina dalla protagonista che, in attesa del treno, si addormenta (certamente non voluta, è però lampante la feroce frecciata sulla puntualità dei nostri servizi ferroviari periferici), e sogna se stessa nelle diverse sfaccettature del personaggio (più alta, più bassa). Il pubblico, diviso secondo i semi delle carte (noi avevamo i quadri, ad es.), si sposta dietro alla sua Alice e percorre il suo stesso itinerario, incrociando i vari e diversi personaggi (cappellaio matto, la regina di cuori, ecc.). A differenza dell’Alice da cui prende le mosse, questo è un viaggio della disillusione o, meglio, della presa d’atto dell’impossibilità di acquisire l’identità (più che lo statuto di “adulto”). Il gioco sul nome e sul “chi sei?” che scatena sempre un dialogo tra sordi (nessuno ascolta la protagonista, trovando nella domanda che le rivolge solo l’innesco del proprio soliloquio), è la cifra di un percorso in cui Alice non riesce a trovare lo specchio – mi riferisco a Lacan, più che a Lewis Carroll o a Deleuze -, il suo “modello” (l’allucinazione del tempo fermo del cappellaio – uno strepitoso Gianni Poliziani -, incapace a sua volta di risolvere gli indovinelli che propone). La stessa Duchessa (una favolosa Flavia Del Buono) che apparentemente la ri-conosce, di fatto la allontana nell’indeterminazione (Alice non conosce le regole del bon ton – non bacia la mano, ad es., – , non ha le chiavi per partecipare al gioco). Lo spettacolo si chiude con la partenza di Alice, la sua fuga dal paese delle meraviglie. Mi è piaciuta molto la soluzione di riportare tutti i personaggi alla loro normalità quotidiana: accanto a noi viaggiano storie individuali complesse, spesso subite e patite piuttosto che costruite e pianificate, e tutte comunque fantastiche seppur (o forse per questo) incomunicabili. Al di là delle intenzioni dichiarate ed esplicitate nella presentazione dello spettacolo da Laura, l’autrice, l’opera mostra quel “di più” – ch’è tipico di tutte le opere d’arte riuscite – che travalica l’intenzione cosciente e ne costituisce l’aura (non resisto al gioco di parole), cioè la sua leggibilità su piani diversi. Ogni opera d’arte è come la borsa di Fortunatus di Schlemil: tutto quel che ci sta è dentro, ma contemporaneamente è anche fuori. Devo fermarmi qui, visto che non voglio influenzare gli spettatori che possono ancora vedere la rappresentazione fino a sabato prossimo.

Un’ultima nota riguarda l’invidia (mia e di alcuni amici autori che ier sera hanno assistito allo spettacolo) per la fantasia effervescente che la Laura Fatini mostra sia come autrice (scrivere per il teatro è un lavoro tremendo) che come scenografa e regista: coordinare tutto il gruppo (una trentina di attori) richiede, oltre che polso fermo, anche un grande ascendente sugli attori – tutti bravissimi -, che si conquista lavorando duramente. Infine, ma non ultimo, va menzionato il lavoro degli Arrischianti: i percorsi di formazione, gli allestimenti e lo sforzo organizzativo che richiedono non sono uno scherzo e sono il presupposto necessario per la buona riuscita. Complimenti.

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19 risposte a A Città della Pieve e Sarteano due spettacoli di qualità

  1. luciano fiorani scrive:

    D’accordo con diversi degli spunti forniti da Sorbera. Mi accontenterei parlando di “politica culturale” del tentativo di creare un clima adatto fatto di libertà, di tentativi e perchè no? anche di imitazioni.
    Chiusi è troppo grande per non produrre cultura e troppo piccola per scimmiottare i Festival.

  2. Mi permetto ( e non è una battuta ) di entrare nel discorso del Sorbera. Per me cultura vuol dire un qualcosa che susciti emozioni, un qualcosa che non importuni alcuno, e che porta a scoprire cose nuove. Sempre, però, nell’ambito del pratico ( vedi giardino giapponese ). Purtroppo dopo venti anni di ‘ con la cultura non si mangia ‘ oggi c’è un’ignoranza spaventosa, a tutti i livelli, acuita dal bombardamento di notizie a cui siamo sottoposti. Il risultato è che andiamo in tilt, e smettiamo di ragionare.

  3. enzo sorbera scrive:

    E’ un’esperienza giapponese non invasiva che loro stanno sperimentando a Città della Pieve. E non è cultura solo perché viene dal Giappone. No, loro fanno (auto)formazione: impiantare l’orto, non mettere insieme i vari tipi di solanacee, studio di come accoppiare colture differenziate, ecc. Questo richiede umiltà di studio e di apprendimento, sforzo creativo (tradurre un’esperienza è sempre ri-creare), e tanta passione. Il risultato non è solo da mangiare, ma anche una combinazione cromatica dei vari tipi di pianta e di frutto capace di gareggiare con un quadro o un’istallazione d’arte contemporanea. E’ la sfaccettatura che implica il termine stesso di cultura: ampia libertà di movimento nel rigore concettuale della disciplina che abbiamo scelto. Come si traduce questo in azione? E’ quanto purtroppo non mi riesce di sintetizzare.

  4. enzo sorbera scrive:

    Per uno scettico come me è difficile parlare in “positivo”. Il quadro che ho tracciato della cultura prêt-à-consommer che agita i nostri ultimi decenni è solo un possibile – seppur dominante – paradigma di fruizione. E’ una cultura sovrapposta ed esterna, direi estranea, con i suoi sacerdoti, le sue ritualità e, purtroppo, i suoi esiti (penso a Gibellina Nuova: le “porte” di Consagra o quel “Sistema delle Piazze” dove i peggiori incubi di DeChirico si incarnano. L’esempio vuole indicare da quanto tempo abbiamo a che fare con questa roba). E’ la cultura da shopping, da palinsesto: se va bene, non lascia traccia, se male, avvelena. Vorrei una cultura che si fa (nel) territorio, acquisisce magari per imitazione e quindi si fa percorso originale, perché cultura è mettersi in gioco: non saprò mai apprezzare fino in fondo lo sforzo di Poliziani in Histoire du soldat se non ho provato quanto sia difficile andare “a tempo” nell’emissione della voce. Ma il suo gesto resterà solo virtuosismo se non darà luogo a forme di imitazione e quindi di critica – possibili solo se c’è un sistema che incoraggia e sostiene -. Dirò di più: cultura è l’attenzione dei miei amici “Giovani Ecologisti” a un sistema di coltivazione come l’orto sinergico.

  5. luciano fiorani scrive:

    Anche a me interesserebbe discutere di “quale cultura”.
    Personalmente propendo (sic stantibus rebus: risorse, livello delle iniziative, capacità e possibilità di fruizione…) per una cultura “popolare” (non di basso livello ma che stimoli interesse), che faccia ad esempio riscoprire (o scoprire) angoli del territorio ormai fuori mano utilizzandoli come spazi per eventi.
    il conoscitore del catalogo è fondamentale ma da che parte rifarsi vorrei deciderlo io (al plurale, ovviamente).

  6. pscattoni scrive:

    X Francesco (Storelli): su quale sia stata l’opera diretta da Mascagni per l’inaugurazione ci sono diversi ricordi. Fulvio (Barni) ci dà notizie diverse (http://www.chiusiblog.it/?p=10876). Comunque una rappresentazione de “L’amico Fritz” anche a Chiusi poteva starci per il 150 anniversario della nascita. E’ vero che chi non fa non sbaglia mai, ma forse questa volta ci si poteva pensare.

  7. enzo sorbera scrive:

    Purtroppo, non conosco Mascagni. Non mi ha mai interessato. Quindi, non so dire se potrebbe essere rappresentato al Prato o … al lago.
    Però mi piacerebbe sapere di che cultura stiamo parlando.

  8. ……o magari si poteva installare un sistema di aria condizionata al Teatro, invece di deturpare per più di un mese uno dei luoghi più suggestivi di Chiusi.
    Al Parco dei Forti, o al Prato no eh.
    Dopotutto si sta parlando di Chiusi, una cittadina con pochi abitanti e ancor meno turisti, con un palco degno di un concerto al Circo Massimo, ed un programma abbastanza notevole, con diverse repliche.
    Questa non è una critica, ma una semplice constatazione di fatti.

  9. Paolo (Scattoni) il mascagni è stato inaugurato proprio con la rappresentazione dell”amico Fritz

  10. enzo sorbera scrive:

    Vale ancora il detto “chi fa, falla”: sarà sempre possibile fare meglio (ma, onestamente, quanti possono permettersi di allestire Schoenberg? La competenza tecnica richiesta è davvero tanta) e con minore spesa. Credo che il problema però stia nella definizione di ciò che si intende per cultura e le finalità che si perseguono con la “politica culturale”. Se non si chiarisce questo nodo, parliamo a vuoto. Se per cultura intendiamo un insieme di “oggetti” (quadri, drammi, musica, balletti, ecc.), si tratta solo di sapere quali possano essere di “richiamo” e assicurarsi il miglior conoscitore del “catalogo” (se non sai che esiste Wozzeck, non sarà mai nella tua piazza); ma, se per cultura intendiamo altre cose…

  11. pscattoni scrive:

    Certamente i nomi dei cantanti e l’orchestra sono tutti certificati! Ma è davvero la strategia giusta? magari con la stessa cifra si riusciva a fare molte più iniziative (anche se con minore certificazione!!!) In Germania ogni media città ha la sua orchestra e i suoi cantanti di non primaria grandezza, ma che riescono a fare sensibilità ed educazione musicale. Ricordo il tentativo (fallito) di Paolo Miccichè di fare qualcosa di simile a Chiusi tramite un accordo con il conservatorio di Siena. Niente da fare, forse perché l’investimento pubblico sarebbe stato minimo.

  12. enzo sorbera scrive:

    http://www.fondazioneorizzonti.it/wp-content/uploads/2013/11/Locandina1.pdf
    e si sa tutto su cantanti ed esecutori. Non è specificato il costo dell’ingresso. Speriamo che regga il tempo.
    Attenzione perché in apertura c’è Pierrot Lunaire. Opera del 1912, è un esperimento di “canto parlato”. Non proprio “per tutte le orecchie” :-). Il Gianni Schicchi è già molto più nota qui in Italia. Per memoria, “Mio babbino caro” e “Addio Firenze, addio cielo divino”.
    Se ce la faccio a tornare in tempo, cercherò di esserci.

  13. pscattoni scrive:

    Il 21 agosto a Sarteano (il 22 a Radicofani e il 24 a San Casciano) a cura dell’Associazione Musicale “OPERA IN-CELLE” sarà portata l’opera “L’amico Fritz” di Pietro Mascagni, per celebrare il 150° della nascita del compositore. L’ho saputo per caso: il tenore Mauro De Santis lavora presso la mia facoltà (certamente non come cantante- si sa, di questi tempi anche i giovani di talento devono arrangiarsi per sopravvivere!!!).
    Forse oltre che a Sarteano avremmo dovuto pensarci anche a Chiusi visto che il nostro teatro è dedicato proprio a Pietro Mascagni che lo inaugurò.

  14. Parlando di vento, propaganda e qualità. Lunedi 4 Agosto in P. Duomo ci sarà il dittico Pierre Lumiere e Gianni Schicchi
    con l’orchestra da Camera del Maggio. Non c’è scritto se ci saranno anche i cantanti e, se si, chi sono?
    Credo che sia una lecita domanda.

  15. enzo sorbera scrive:

    Sono d’accordo. Ma la propaganda è solo vento. Qui stiamo parlando di eventi che ci sono stati e che, quanto a “richiamo”, non sono (o lo sono solo parzialmente) paragonabili (danza contro teatro, sinfonica contro rock, ecc.). La “politica culturale” dei comuni è ormai ridotta alla delega all’istituzione/fondazione di turno e si limita al ruolo di ufficiale pagatore. Fa eccezione Sarteano con l’associazione degli Arrischianti (che però è una sorta di istituzione che surroga l’attività di politica culturale). In questo scenario, è evidente che il sistema è bloccato in una sorta di competizione ad “acchiappare” l’utenza possibile senza quasi investimenti (con l’eccezione di Sarteano e lo sforzo di Manzini a Città della Pieve).

  16. dove si semina bene si raccoglie….. anche se piove. Dove si semina propaganda si raccoglie…. vento

  17. enzo sorbera scrive:

    Chiusi non è (stata) da meno: un cartellone molto interessante sulla danza, l’iniziativa sul rock, il teatro al Museo (con un’Antigone meravigliosa) e altri eventi che ora non ricordo. Si potranno ritenere non interessanti, ma questo è un altro discorso. Prossimamente andrò a vedere L’histoire du soldat, organizzata dal Cantiere. Il mio interesse è animato dalla curiosità per la resa di brani musicali di particolare difficoltà (il salto dal tango al ragtime via valzer delle trois danses, o lo stesso ragtime che alterna battute di 5/16 e 3/4, per non parlare della grande danse du diable). C’è tutto Stravinskij in quest’opera. Vedremo come risolveranno la difficoltà strumentisti, ballerini e direttore. Non meno complicata sarà la vita degli attori, alle prese con il testo di Ramuz e alcuni passaggi metrici davvero insidiosi. Molti saranno interessati a quest’opera, mentre altri la troveranno roba da scansare. Ma certo è/sarà un evento e non credo che possa essere ricondotto a una politica culturale.Ma ne dovremmo parlare con altro spazio.

  18. luciano fiorani scrive:

    Ho avuto modo di vedere solo uno dei due spettacoli richiamati nel pezzo di Sorbera.
    Concordo con le considerazioni che vengono fatte.
    A Chiusi non esiste, per rimanere al tema, una politica culturale. Ci sono solo dei soldi (troppi) spesi per far baloccare un po’ di amici.

  19. Proprio come a Chiusi!!!

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