A proposito di pensiero debole

di Marco Fè

Anche se con ritardo accolgo l’invito dell’amico Giampaolo Tomassoni: mi siedo e rispondo. Non per polemica ma in funzione della chiarezza e della serenità del dialogo.

Nell’ articolo titolato “Sobrietà e localismo. La Chiesa insegna” ho parlato di “pensiero debole” che, a quanto mi è dato di sapere, è un concetto del filosofo Vattimo (1936) che caratterizza il post-modernismo ed evidenzia la trasformazione avvenuta negli ultimi decenni del secolo scorso nell’ interpretazione della filosofia.

Secondo questo modo di pensare le filosofie di Nietzsche e Heidegger hanno messo in crisi non solo la filosofia moderna basata sulla razionalità ma tutta la tradizione filosofica greca e giudaico cristiana che hanno come caratteristiche essenziali un concetto “forte” dell’uomo ed un ottimismo di fondo sulle sue capacità di conoscere e di essere protagonista della storia.

Espressioni storiche del contrario, ovvero del “pensiero forte”, sarebbero, secondo questa filosofia, il Marxismo ed il Cristianesimo. Il “pensiero debole” si rifà al concetto del “superuomo” di Nietzsche che è libero dalle etiche tradizionali, dall’obbedienza a Dio e dalle responsabilità che ne derivano, ma è anche notevolmente indebolito nel piano dell’ essere, dell’etica e nella capacità di conoscere.

Conseguenza di un modo di pensare che si accontenta di verità parziali e provvisorie è, a parer mio, il relativismo che caratterizza la presente stagione storica. Dalla frammentazione della verità del relativismo allo scetticismo, indifferentismo, individualismo e nichilismo il passo è breve. E infatti il pensiero debole può essere definito come una forma di nichilismo. In questo senso ho paragonato il “pensiero debole” di oggi alla cultura del V secolo D.C. in cui cadde l’ Impero Romano e che è definito, dal Brèhier ad esempio, come “il letargo della filosofia”.

E’ puntuale l’osservazione di chi rivendica la nascita dello scetticismo, stoicismo ed epicureismo molti secoli prima ma nel mio articolo, approssimativo in questo passaggio, volevo sottolineare alcune estreme e tarde conseguenze di quelle scuole di pensiero. Ho voluto esprimere una mia riflessione mutuata da esperienze significative e della quale sono sempre più convinto. 

Credo infatti che la Chiesa possa dare un grande contributo all’umanità, non perché tutte le genti diventino cristiane, ma perché la sua missione è quella di essere “sale della terra, luce delle genti, lievito del mondo”. Quello che credo è frutto di esperienza di vita e non pretendo che altri la pensino come me e non diffido di alcuno.

Mi interroga molto invece l’atteggiamento di chi non riesce a dialogare con serenità e non rispetta le opinioni altrui scagliandosi con quel tracotante livore che potrebbe far pensare a debolezza di pensiero, appunto, o a latenti ferite e pregresse delusioni tipiche di chi non ha avuto, o non gli è stato dato, modo di vivere e gustare la Chiesa come dovrebbe essere: “madre” prima che “maestra”.

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7 risposte a A proposito di pensiero debole

  1. enzo sorbera scrive:

    La querelle sul numero di caratteri scritti, come sempre fa perdere di vista il merito delle questioni, e quelle che pone Tomassoni sono piuttosto complicate. Che siano state poste in 10 righe “zippate” pone casomai il problema se non sia da rivedere il limite della quantità consentita (ma che è, ‘na droga?). Proprio Nietzsche poneva il problema che ogni limite si pone per essere oltrepassato 😉

  2. @ Scattoni. Ma ci ho messo gli “a capo”… Eppoi, scusa, se non si può discuterne qui, dove ne discutiamo?

    @ Fiorani. No, non è colpa tua: le 10 righe che hai letto erano compresse. 😉

  3. lucianofiorani scrive:

    Ho sbaglio io?
    Eppure ho contato attentamente le righe del commento di Giampaolo e mi sembravano dieci!

  4. pscattoni scrive:

    Giampaolo (Tomassoni), il tuo commento, la cui lunghezza è evidententemente sfuggita a Luciano, è di oltre 4000 battute. Vorrei ancoras una volta ricordare (ma non c’è bisogno che lo dica a uno che sta tutto il giorno- e con grande competenza- davanti al computer) che questi commenti chilometrici non li legge nessuno o quasi.
    Sull’argomento specifico si potrebbe discutere a lungo. E’ evidente che non c’è un monopolio di alcuno. Si potrebbe qui ad esempio riprendere il concetto di “Noosfera” teorizzata da un filosofo-scienziato cattolico che lo riprendeva da uno scienziato russo insignito del premio Stalin (!!!). Ma su un tema così sfuggente c’è il rischio dellasolita marmellata che per di più lungagnosa non legge nessuno.

  5. Speriamo che a “dirigere” oggi ci sia il Fiorani: quando mai mi passerebbe questo lungo commento lo Scattoni? 😉

    Intanto, ringrazio Marco per aver voluto accogliere la sollecitazione ad una risposta, sollecitazione della quale mi sono fatto portavoce, ma che sospetto fosse in più d’una testa.

    Dirò subito che comprendo l’etimologia della locuzione “pensiero debole”, ma che non condivido affatto i timori che hanno portato Vattimo a quella definizione. Se non sbaglio, egli ritiene che il superamento del concetto di superuomo e di Dio stesso, che alcune filosofie (moderne e non) preconizzano, auspicano o addirittura predicano, elevi l’uomo ad uno stadio di “oltreuomo”, tale per cui ogni individuo è autorizzato a definire il proprio concetto di Verità. Ciò comporta un pluralismo di voci che, Vattimo dice, finisce per depauperare di coerenza formale e materiale il pensiero collettivo dell’umanità. Se ne determina, insomma, un indebolimento del pensiero dell’Uomo.

    Tradotto in parole per me stesso più comprensibili, direi che la faccenda sta in questi termini: Vattimo dice che il venir meno di modelli irraggiungibili ai quali tendere, comporta uno sbracamento collettivo.

    Beh, sì. Può darsi: è uno dei rischi della democrazia, tanto per dirne una. Ma non per questo si preferiscono altri modelli. Può darsi che all’uomo sia necessario il morso di un superno ordine al quale dover attendere. Ma questo significa forse che l’unica salvezza debba essere nella religione (cristiana perché?) o (paradossalmente?) nel marxismo? Vattimo stesso “[…] identifica, nell’idea cristiana di incarnazione di Dio nell’uomo, un’avvisaglia dell’idea di porosità, indebolimento e consunzione dell’essere.” (vd. Pensiero debole). E se consuma pure a lui…

    Sono in molti a ritenere che la Verità (o piuttosto la Ragione, come direbbe quel logico impenitente di Odifreddi) sia riposta altrove, in luoghi molto più terreni. Ad esempio Jacques Monod, ne “Il caso e la necessità”, dice che la vita nasce dal puro caos grazie al solo fatto di aver incorporato la necessità della continuazione (“teleonomia” la chiama, quel soggettone). Ed è un concetto ovvio: non saremmo nemmeno qui a parlarne, altrimenti. Anzi, non ci saremmo proprio!

    Si badi bene che questa teleonomia non ha molto a che vedere con il “mors tua, vita mea”, anzi: l’uomo non è solo, ma integrato in un tutto (la Natura) che richiede cura e rispetto per garantire l’obiettivo teleonomico. É un obiettivo che deve essere sinergico, non competitivo: la competizione appartiene ai singoli casi, al precipuo. Ma l’obiettivo dell’Uomo in quanto specie è necessariamente comune, così come lo è per tutte le altre specie.

    La necessità di una sinergia tra gli uomini e tra questi e la Natura, a sua volta implica l’emersione di un’etica: una serie di regole (scritte su un foglio di carta od una doppia elica di acido deossiribonucleico poco importa), volte a definire un modus nella relazione tra l’uomo ed il suo habitat. Un’etica che tuttavia può tranquillamente prescindire dall’esistenza di Dio.

    Insomma, l’esistenza di Dio non è affatto necessaria per rifuggire il caos. L’ordine è nel nostro stesso DNA, in quello degli altri esseri viventi che abitano la Terra e, in qualche modo, si potrebbe dire che ci sia un ordine anche nell’apparentemente caotico divenire dell’Universo, il quale sembra aver trovato un modo elegante per rallentare la sua ineluttabile caduta verso la massima entropia.

    Quindi perchè la religione cattolica (anzi, addirittura la Chiesa), e non piuttosto la Natura stessa, andrebbe considerata “sale della terra, luce delle genti, lievito del mondo”? Perché, per tornare all’articolo originale (http://www.chiusiblog.it/?p=13138), “Riscoperta dei valori, radicalità, semplicità di vita ne sono le caratteristiche comuni [della Chiesa]. La speranza del mondo, dopo 15 secoli, potrebbe essere ancora nelle mani della Chiesa.”

    La speranza del mondo a me pare piuttosto in tutti noi e nella nostra capacità di cooperare per il Bene Comune.

    Per quanto riguarda poi il commento un po’ stizzito di qualcuno al precedente articolo, senza giustificare nessuno vorrei però intercedere facendo notare che troppo spesso la Chiesa si è arrogata il diritto di unica depositaria della Conoscienza e, quindi, della Via. Cosa che ha determinato (e tutt’ora determina) un bel po’ di forzature. Quindi qualche frase può occasionalmente causare un pronunciato spin testicolare.

  6. enzo sorbera scrive:

    Sul tema possiamo leggere il dialogo a distanza tra Heidegger e Junger pubblicato da Adelphi qualche anno fa in “Oltre la linea”. A mio parere, si tratta di un librettino illuminante. Se poi ci si vuol “male” 🙂 l’occhiata d’obbligo è al “Nietzsche” di Heidegger (sempre Adelphi).

  7. enzo sorbera scrive:

    Tutto il pensiero di Nietzsche e di Heidegger è rivolto a fare argine contro il nichilismo, il “più inquietante di tutti gli ospiti”. “Il deserto cresce” è l’avviso del disastro che produce l’avvento della Tecnica in quanto, potremmo dire, fenotipo del dominio, questo sì, compiutamente nichilistico. Ma si tratta di una questione da qualche riga in più rispetto a quelle consentite 🙂

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